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Somma
Luisa; Sbrizzi Valentina; Carannante Davide; Pizzorusso Rosario; Di
Grazia Marco. 2F 2004.
Valentina, la ragazza paralizzata.
Quel giorno
Valentina si trovava sulla poltrona di casa e, come al solito, lavorava
con le sue manine dolci per aiutare la madre a ricavare più soldi
per i suoi interventi.
Era una ragazzina di soli 11 anni ma era alta già un metro e
mezzo.
I suoi lineamenti dolci lasciavano già intravedere una femminilità
da donna, con quei capelli biondi e morbidi, lunghi e lisci, con quei
suoi grandi occhi azzurri, con quel piccolo naso e le labbra sottili
che quando era felice si allargavano in un sorriso dolcissimo.
Amava indossare vestine lunghe di un rosa delicato e oggetti di bijoutteria.
Era molto generosa, ma nello stesso tempo permalosa e chiusa in se stessa
a causa della sua timidezza.
Viveva in un condominio di via Martini, al centro di Napoli, con la
mamma e la zia. Mancava in casa una figura maschile perché da
un’ anno il padre, ingiustamente accusato di aver ucciso un uomo
durante un litigio, scontava in carcere una pena che non meritava. Questo
evento tormentoso e l’assenza del padre rendevano Valentina una
ragazza molto triste.
Tutto incominciò in una giornata di sole quando Valentina, dalla
stanza in cui conduceva la sua vita immobile, gettò uno sguardo
fuori dalla finestra che si apriva verso il mondo sconosciuto: un cagnolino
tutto nero, con le zampe bianche che sembravano guanti giocava con altri
ragazzi e questo le diede, così, all’improvviso, un sentimento
di gioia, di calore…
- Mamma, mamma, guarda quel cane come è carino e piccolo! Mi
piacerebbe tenerlo con me! - disse timidamente
- Non so… devo pensarci; è una decisione molto impegnativa
da prendere con calma. – replicò d’istinto la madre
che temeva di dover aggiungere alle sue tante preoccupazioni anche quella
di accudire un cucciolo
- Ti prego ne avrò molta cura!, insistette la ragazza con una
voce che era diventata sommessa e implorante.
La mamma non disse nulla ma colse, in cuor suo, quella vibrazione triste
di voce che raccontava una storia di solitudine, d’infelicità,
di impotenza.
Non disse nulla. Uscì di casa e, rientrando con aria felice:
-Valentina - disse - indovina cosa ho nella scatola ? E’ una cosa
che ti farà molto felice!
- Forse è il cane del cortile!- E i suoi occhi azzurri si fecero
ancora più grandi
- Si, guarda è proprio carino! … avevi ragione- aggiunse
la mamma.
Improvvisamente il cucciolo balzò fuori dalla scatola, andò
festante incontro alla ragazza e si mise tra le sue braccia.
Per tutta la mattinata la ragazza e il cucciolo giocarono; sembrava
che Valentina avesse ritrovato la felicità perduta da quando
il padre era in galera.
Maria, una ragazzina di 12 anni che abitava nell’appartamento
vicino, da tempo era incuriosita da quella casa che immaginava e sentiva
come un luogo misterioso in cui si nascondesse un profondo segreto.
Quello stesso pomeriggio, decise di trovare un pretesto per conoscere
le persone che vi abitavano.
Così scese in cortile per giocare con il pallone e lo lanciò
nel balcone della stanza di Valentina. Poi risalì e suonò
alla porta.
- Chi è ?- disse la signora Costa guardando dall’ occhiello
come faceva ogni volta nel timore che sempre accompagnava la sua vita
indifesa di donna a cui hanno strappato il compagno.
- Mi scusi, giocando, il pallone è caduto nel vostro balcone!.
La signora aprì e condusse Maria lungo un corridoio spoglio e
oscuro e di qui in una stanza enorme ingombra di scatoloni, oggetti
e pupazzi di peluche. Ma la cosa strana che subito attirò l’attenzione
di Maria fu una grossa poltrona tutta viola, al centro della stanza,
su cui era seduta una ragazzina coperta da un plaid.
Per due minuti le due ragazze non parlarono ma poi a rompere il ghiaccio
fu Maria
- Ciao, io mi chiamo Maria, qual è il tuo nome?
- Valentina …- disse esitando - …. mi fa piacere averti
conosciuta! – E le sue guance arrossirono per l’imbarazzo
- Ti va di scendere a giocare in cortile?- incalzò Maria felice
di aver trovato, forse, una possibile compagna di gioco
- Non posso!- La voce di Valentina d’improvviso prese un accento
duro, come di rabbia inespressa- Non vedi che non mi posso muovere da
questa maledetta poltrona!?
- Scusami.. non sapevo che non potevi muoverti!
Per un
attimo si stese un silenzio dolente. Come una nebbia improvvisa che
nasconde le cose e i pensieri. D’improvviso il silenzio di nebbia
si dissolse per fare spazio ad un bisogno più profondo di luce,
di comunicazione.
- Non fa niente… che ne potevi sapere!
La voce di Valentina divenne di nuovo morbida e le raccontò la
sua storia.
Da quel momento, ogni giorno Maria andò a casa di Valentina a
giocare e a farle compagnia.
La loro amicizia proseguì fino a quando Valentina subì
un nuovo, inutile, intervento chirurgico. Da allora decise di non vedere
più nessuno; restò rintanata in casa, nella sua stanza
ingombra e di tenere tutto chiuso, al buio.
Dopo qualche settimana Maria, decise di infrangere quel silenzio, di
parlarle. Bussò ancora alla porta… ;quando arrivò
nella stanza di Valentina le disse:
- Perché ti rifiuti di parlarmi? cosa ti ho fatto?- E la sua
voce era addolorata
Valentina non rispose; si limitò a girare la faccia dall’
altra parte.
- Non puoi rinchiuderti in casa, non puoi chiuderti anche a chi ti vuole
bene. Di fronte ad una sofferenza, ad una sconfitta… perché
restare soli? Non è così che si risolvono le cose…
Io sono qui solo per dirti che ti sono vicina, che non ti abbandonerò,
che sei importante…
Maria ritornò ancora e ancora, ogni giorno. Le due ragazze incominciarono
a parlare e a confidarsi come prima.
- Vedrai che il prossimo intervento andrà bene e tu potrai giocare
con noi nel cortile - disse un giorno Maria ritornando delicatamente
sull’argomento.
- Grazie Maria, sento che sei per me una amica preziosa. Sei riuscita
a farmi sorridere, a darmi nuovamente fiducia.
Dopo un’ anno Valentina si sottopose ad un ulteriore intervento
chirurgico. Questa volta andò bene e, dopo una lunga terapia
riabilitativa, riprese l’uso degli arti. I suoi movimenti restarono
ancora lenti e impacciati ma finalmente potè aprire la porta
di casa, scendere le scale e farsi baciare dal sole, fuori dalla sua
stanza ingombra di pacchi, dal corridoio scuro e dissolvere la nebbia
della sua solitudine.
Le due ragazze realizzarono il loro sogno: quello di giocare insieme
nel cortile del palazzo.
E vissero felici e contenti.
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